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È stato un anno particolare. Un virus invisibile ci ha sconvolto la vita, e le cose vissute durante questi mesi si sono accumulate nel cuore di ognuno di noi. Ci siamo trovati spiazzati, inermi, impauriti, sorpresi, toccati nel profondo, non sempre capaci di metabolizzare da soli quel groviglio di emozioni sedimentate nei bassifondi dei nostri giorni. Abbiamo dovuto rimodulare le nostre abitudini, riformulare le cose che abbiamo sempre dato per scontate, livellare il nostro vivere quotidiano secondo nuovi canoni e nuove regole. Dopo l’imbarazzo dei primi tempi di non poterci più abbracciare né dare la mano, abbiamo imparato a volerci bene al di là delle distanze e dei gesti. 

Abbiamo respirato senza filtri il dolore di tante persone toccate direttamente dalla malattia, e assorbito come spugne l’ondata di sofferenza che ogni giorno è entrata nelle case di chi ne è stato fortunatamente solo spettatore partecipe. 

Ognuno ha reagito come ha potuto. Chi ha messo mano alle proprie risorse, chi ha cercato forze per resistere andando a rivedere gli appunti scritti alla scuola della Vita, e chi sentendosi senza difese, ha rimosso il dolore di una situazione troppo grande per essere sopportata. Qualcuno ha preferito tenersi tutto dentro, e tanti altri invece hanno sentito di dover condividere le proprie paure e sofferenze con le persone più care. In tanti hanno sentito il bisogno di incontrarsi sulle terrazze e cantare insieme la speranza. Non volevamo arrenderci all’idea che un virus potesse allontanarci gli uni dagli altri e mettere in pericolo le nostre vite. C’è stato chi ha saputo abbracciare la propria nudità, chi accogliere la sua fragilità e chi si è fatto forza incoraggiando gli altri. Chi si è ancorato saldamente alla forza della fiducia, chi ha indossato la maschera del supereroe, e chi ha spesso negato solo per difendere la propria comprensibile incapacità ad accettare le cose che fanno troppo male.

Abbiamo cercato di farlo riscoprendoci parte di una comunità. Sorridendo con gli occhi a persone sconosciute ma a cui eravamo legati da uno stesso destino. Abbiamo dovuto inventarci anche un nuovo modo di essere famiglia, impossibilitati a visitarci ed abbracciarci, noi che stupidamente abbiamo sempre dato per scontato la possibilità di prendere tra le braccia un nostro caro. Distanze, lontananza, vuoto, impossibilità. Un cambiamento radicale del nostro modo di vivere. Quanto deve essere stato particolarmente difficile per i nostri bimbi e per i nostri anziani fare i conti con questa situazione!

E poi, quella chiara e dolorosa presa di coscienza: questo virus ci ha messo a nudo e ha fatto venire al pettine molti nodi. Ci ha dato opportunità per portare verità. “Come ogni situazione estrema, una malattia porta alla luce quanto di meglio e di peggio c’è in ciascun individuo”, dice Susan Sontag nel suo libro “Malattia come metafora”. Per induzione, ciò vale anche per ogni società, quale macro-agglomerato di persone.

Proviamo allora a portare alla luce quanto di meglio c’è dentro ai nostri cuori. Non tanto per un bisogno di compensazione, ma semplicemente per quella voglia tenace di credere che al di là delle spesse nubi che tolgono orizzonti e prospettive ai nostri occhi, la vita resti un meraviglioso viaggio tutto da vivere. 

Questa storia che stiamo ancora attraversando ci ha fatto toccare con mano la ricchezza che vive negli abissi delle nostre vite e che si esprime alla superficie delle nostre esistenze. Ci ha fatto capire la potenza di un abbraccio, la forza dei nostri gesti di tenerezza e di affetto, e quanto sia vitale per noi poter stare vicini. Ci ha fatto scoprire quanto siamo capaci di amore anche nell’incontro attraverso lo schermo di un telefono. Così come quanto pesino le parole, i silenzi, i sorrisi, gli sguardi, capaci di arrivare al di là di una mascherina. Ha suscitato solidarietà, comprensione, empatia, condivisione. Ci ha fatto capire quanto la nostra vita si arricchisca di senso quand’è vissuta in relazione con gli altri. Abbiamo scoperto quanto siamo capaci di essere attenti e salvaguardare le persone. Ha mostrato al mondo il coraggio e la benevolenza di chi ha fatto del prendersi cura la propria professione. Ci sono stati innumerevoli dimostrazioni di amore che hanno tentato di abbattere le distanze imposte dal virus e che hanno commosso il mondo.

E poi, abbiamo continuato a guardare le meraviglie della natura ogni giorno, e sentito forse come non mai, dentro quanta bellezza siamo immersi, noi, infinitesima parte di un cosmo senza frontiere. Quante cose preziose possiamo trattenere da questi mesi difficili! La malattia è un potente setaccio che scuote il raccolto di una vita per lasciarci le cose che veramente contano. 

“Ne usciremo migliori”, dicevamo questa primavera, con un poetico ottimismo che cercava di guardare oltre la tragedia. Forse ne uscirà migliore chi avrà saputo ascoltare questo tempo cogliendo le parole che fanno vivere, sussurrate dentro il caos dei giorni vissuti. In un mondo pieno di suoni e di rumori, dove il silenzio fa paura e le parole di sottofondo tengono compagnia, forse solo chi sa ascoltare può far germogliare dentro di se la vita racchiusa nelle lezioni di questi mesi trascorsi. 

Eppure le resistenze sembrano sempre essere più forti degli aneliti al cambiamento. Eppure lasciare che le cose proseguano invariate sembra essere la scelta più comoda per evitare quegli sconvolgimenti necessari che aiutano a rinascere. Perché le potenzialità positive del nostro essere uomini-in-relazione, parte-di-una-comunità, si perdono lasciando prevalere un egoistico “si salvi chi può”? Agiamo ancora troppo spesso come animali feriti più che come donne ed uomini capaci di costruire. Lasciamo che siano le paure ad avere la meglio e non siamo capaci di osare percorsi che ci facciano immaginare ed edificare un nuovo modo di vivere il mondo. Credere che nulla possa cambiare è la più grande resa nei confronti di noi stessi. E se ci allenassimo a spezzare le catene della rassegnazione per aprire nuovi spazi di possibilità? La società nella quale viviamo è solo una delle tante possibili, non l’unica. E se dessimo a questo IO collettivo nuove opportunità per ridisegnare un modello di convivenza umana più a dimensione delle persone e delle loro esigenze più vere? Celebrare il Natale è credere che questo profondo desiderio che soggiace nel cuore di tutti noi meriti rispetto e possa essere difeso, consolidato, alimentato, costruito. Insieme.  

È stato un anno che ci ha visti sostanzialmente fermi. Non è assolutamente facile la staticità per chi è abituato a camminare e a respirare la vita al ritmo lento del passo dopo passo. “Camminare guarisce”, e non c’è niente di più nocivo dell’assenza di movimento. Dinamismo fisico, certo, ma anche vitalità nello spirito e nel cuore. La potenza del cammino è che mette in moto tutte le dimensioni del nostro corpo, distribuendo benefici in ogni angolo recondito del nostro organismo.  In questi mesi abbiamo vissuto molto anche di ricordi legati ai cammini passati e di sogni per quelli a venire, e forse ne abbiamo fatta di strada comunque. Questa lunga storia del Covid-19, non è stata forse un imprevisto cammino che la vita ci ha messo davanti?

Un proverbio africano dice: “Là dove ci si ama, non scende mai la sera”. Se non si fa ancora definitivamente notte su questo mondo, è perché riescono ancora a prevalere le forze inesauribili dell’amore di cui siamo capaci. Chi si è sentito invaso dalle tenebre in questi mesi è spesso solo perché ha avuto la sfortuna di ritrovarsi tremendamente solo, non al riparo di un amore che scaccia il buio e il freddo. Se diamo opportunità all’amore, lasciamo entrare luce, vita, calore, energie nelle stanze chiuse delle nostre storie, e non si fa mai sera. La fiammella dell’amore che scaturisce dai nostri gesti e dalle nostre parole, conserva la luce e alimenta il fuoco attorno al quale incontrando i nostri volti, ci riscopriamo comunità. 

Questo è il nostro augurio per questo Natale che è alle porte. Facciamo in modo che non scenda mai la sera! Credenti o meno, l’amore è universale ed è ciò che ci fa tutti meravigliosamente umani. Un augurio che può suonare retorico, sembrare banale, o  mera poesia per un giorno speciale. E se ne facessimo il programma di una vita intera? 

BUON CAMMINO!

La foto di copertina è del nostro Pasquale Della Ragione