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A me il fango piace. In genere lo si guarda con faccia schifata e si cerca di girargli alla larga per non “sporcarsi”, eppure da quando sono una guida, il fango mi attira. Per una semplice ragione: permette di vedere cose che altrimenti non si vedrebbero!

Quando cammini su un terreno ancora intriso di acqua, restano le tracce di chi ti ha preceduto e magari è passato su quello stesso percorso solo qualche ora prima, quando ancora faceva buio, e si poteva girare indisturbati. Un lupo, un cinghiale, un capriolo, una volpe, un cavallo, una faina, un cane, un uccello, una o più persone. Impronte di un passaggio che senza il fango non si vedrebbero così bene. Il fango è come una carta carbone che quando ci passi sopra lascia un segno.

Ci vogliono solo occhi capaci di guardare!

Non è così anche nella vita? Ci sono giorni o periodi nei quali piove abbondantemente anche nelle nostre storie e ci impantaniamo nel nostro fango. Quante tracce di vita ci potremmo trovare se solo non passassimo il nostro tempo a maledire la terra scomoda e acquosa nella quale ogni tanto anche noi faticosamente cerchiamo di stare in piedi scappando veloci! Se poi si slitta nella patologia, il fango rischia di diventare il proprio habitat preferito, per quello strano bisogno di soffrire che a volte coglie l’umano, come se avesse necessità di certi picchi di dolore per sentirsi vivo. Se poi con quel nostro “fango” ci siamo identificati, stentiamo a uscirne e il nostro passo appesantito non ci fa avanzare. Eppure il fango è solo un momento, non è tutta la vita.

Mi piace il fango, è utile. Qualora ci fossimo smarriti, ci dà indicazioni preziose sul senso di marcia da ritrovare, sulle presenze che hanno calpestato “la nostra terra” e le cui orme a volte meritano di essere seguite. Nella terra bagnata affannosamente calpestata, ci sono le tracce della nostra umanità che cerca il cammino.

Il fango ci riporta a noi, a ciò che siamo, noi che vogliamo spesso essere diversi, immacolati, irreprensibili, supereroi, e che disperdiamo un sacco di energie e di fatiche a scappare dal nostro fango. Eppure noi siamo fango, e non è un caso che nella mitologia di tutte le culture, l’uomo sia stato plasmato con terra e acqua.

Siamo nati dal fango e allo stesso tempo siamo “oltre” il fango.

Il fango non è brutto, cattivo, sgradevole. Simbolicamente, può rappresentare tutto ciò che in noi non ci piace, quel terreno dove non amiamo mettere i piedi, perché ci appare come qualcosa di mobile, di instabile, di scivoloso ed è immagine di tutto ciò che è incerto, non facile, non sicuro. Nel fango perdiamo il controllo del nostro equilibrio e rischiamo di cadere. Fango è quel qualcosa che ci fa mancare la terra sotto i piedi, che apparentemente ci insudicia. Eppure nel fango, bisogna camminare leggeri, proprio come accade in cammino. Il fango è solo una minima parte del nostro viaggio!

Nel fango non ci si vive, lo si attraversa e punto, e quando lo abbiamo lasciato alle nostre spalle ci sentiamo semplicemente più felici, forse perché più liberi, forse perché più consci.

Ora col fango ci fanno giocare anche i bambini. Dicono che ciò li renda più felici, che ciò sia salutare, che in questo modo imparino tante cose ed esprimano creatività, che così si avvicinino alla terra e all’ambiente. Con il fango si può dipingere, fare sculture, giocare. Con il fango ci si può anche curare! Con il fango si può costruire!

Fango è solo una parte di cammino. Fango è solo una parte della nostra storia. Il fango è “maestro” e ci apre gli occhi sulle cose. Andiamo a lezioni di Fango per capire che nella vita possiamo andare avanti con un altro passo ed un altro sguardo!

Io lo so che non sono solo anche quando sono solo

e rido e piango, e mi fondo con il cielo e con il fango

(Lorenzo Cherubini)

Posted in vivere

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2 Comments

  1. Alice

    Grazie… far apprezzare il fango della vita, è come far accettare la nostra fragilità e finalmente renderci conto che può essere la nostra forza…
    Tutto ciò che non controlliamo ci spaventa, e allora lezioni di fango per tutti, per creare e non sentirsi mai soli!
    Lorenzo come citazione beh ha sempre il suo perché…
    Complimenti Polidoro!

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